RECENSIONE Joker: la sofferenza che uccide

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Joker torna al cinema in un film che potrebbe aprire la strada a una ridefinizione del concetto di cinecomic.

La nostra recensione di Joker di Todd Phillips con un istrionico Joaquin Phoenix nel ruolo che fu di Heath Ledger

Il classico Jack Nicholson, l’indimenticabile Heath Ledger, il meno riuscito Jared Leto… nel nostro immaginario collettivo Joker ha tanti volti, spesso memorabili e sempre uniti sotto il segno scenico della follia. Oggi a questa galleria di volti si unisce quello scavato di Joaquin Phoenix e alla follia del personaggio si unisce la sofferenza.

Probabilmente molti di noi all’annuncio di un nuovo Joker avranno storto il naso. Il ricordo della magistrale interpretazione di Ledger era ancora troppo vivido negli occhi e nel cuore per essere sostituito da una nuova interpretazione, seppur si trattasse di Phoenix. Ma poi è arrivata l’acclamazione al Festival del Cinema di Venezia e l’assegnazione quasi epocale del Leone d’Oro. Epocale perché sulla carta il Joker di Todd Phillips è un cinecomic. E se pensiamo ai cinecomic non possono che venirci subito in mente gli sfavillanti film Marvel con il loro complesso universo di rimandi oppure i meno riusciti blockbuster targati DC/Warner.

Eppure, non appena i primi fotogrammi cominciano a scorrere, appare immediatamente chiaro che si è di fronte a qualcosa di ben lontano da un cinecomic. Phillips gioca con l’immagine prefissata di Joker a cui siamo abituati e la capovolge facendoci conoscere l’uomo che sta dietro la maschera. Nelle sue mani e in quelle di Phoenix, la nemesi di Batman è rimodellata fino a trasformarsi da antagonista archetipico a uomo: un uomo estremamente fragile.

Trattandosi di una origin story, entriamo piano piano nella difficile quotidianità di Arthur Fleck, aspirante comico senza talento che guadagna da vivere per sè e per la madre malata vestendo i panni di un clown. Affetto da disturbi mentali e alienato dal mondo, Arthur vive le sue giornate scandite dalla routine e fatica a stare a galla in un città cupa ed egoista. Come la città, così anche Arthur accumula su di sè strati di violenza, menefreghismo, abbandono e cattiveria. E infine esplode. Esplode in un’escalation di violenza incontrollabile e per lui liberatoria e diventa involontariamente catalizzatore e simbolo di malcontento e rivolta. Il fragile Arthur Fleck è morto e dalle sue ceneri nasce il folle Joker.

Josh Brolin, riferendosi alla pellicola, ha dichiarato che per capire Joker bisogna aver sofferto. Io credo invece che per capire Joker serva avere empatia, ovvero ciò che manca a buona parte della società in cui viviamo e soprattutto ciò che è mancato ad Arthur. Ciò che gli è mancato è stato uno sguardo amico e gentile. E infatti l’uomo è andato a cercarlo nell’unico posto in cui poteva rifugiarsi, la propria mente, creandosi una realtà alternativa in cui può vivere l’amore con una bella vicina o ricevere i complimenti del suo idolo televisivo. Peccato che la realtà sia un’altra e sia fatta di solitudine e violenza. Il suo mondo lo ignora.

Si è detto molto di questo film, considerandolo quasi un trattato di sociologia per il modo in cui rappresenta una società sfinita dal degrado e dall’ingiustizia sociale e come in essa un uomo che compie azioni mostruose possa assurgere a simbolo. Ma in fin dei conti forse dargli un’interpretazione così spiccatamente politica è quasi un’esagerazione.

Credo che il grande merito e valore aggiunto di Joker sia che prima di ogni altra cosa è un racconto su un disagio mentale e sulle possibili conseguenze che l’abbandono da parte delle istituzioni e della società può avere (chiaramente con le dovute proporzioni poiché si parla pur sempre di un iperbolico film di finzione).

“L’aspetto più buffo dell’avere una malattia mentale è che tutti pretendono che ti comporti come se non ce l’avessi” scrive Arthur nel suo diario. La verità di questa frase è quasi uno schiaffo in pieno volto. Chiunque soffra anche “solo” di ansia o attacchi di panico sa bene cosa significhi sentirsi in dovere di nasconderlo agli altri perché tanto nella maggior parte dei casi non capirebbero.

La forza del film sta proprio qui: nel creare un personaggio con cui è facile empatizzare – almeno fino all’escalation di violenza incontrollata, quando poi l’uomo ferito diventa mostro che ferisce.

L’intima indagine psicologica del personaggio, tuttavia, non starebbe in piedi se non fosse per la grande interpretazione di Joaquin Phoenix che regge su di sè l’intera struttura del film. Il suo riso esasperato e esasperante angoscia e turba. Arthur, dal corpo scarno e affilato, crea empatia. Joker, spavaldo e colorato, spaventa e repelle. Un’interpretazione sublime che merita senza ombra di dubbio un riconoscimento importante come l’Oscar.

Il tutto accompagnato da una regia attenta ed elegante che riesce a far trasparire tutto il dolore del protagonista anche attraverso le immagini, le inquadrature e i colori scelti.

La discesa nel baratro e la trasformazione di Arthur in Joker passano attraverso la salita e la discesa di una grigia rampa di scale. Arthur sale le scale della sua esistenza con fatica, ma le scende dirigendosi agli inferi a passo di danza; una danza macabra e liberatoria.

Indimenticabile.

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