C'era una volta in Hollywood

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La grande attesa è stata gloriosamente onorata: Quentin Tarantino, regista guru del cinema americano contemporaneo, torna sul grande schermo dopo quattro anni di assenza e dopo la parentesi western di Django Unchained e The Hateful Eight.

Oggi, a più di una settimana dalla sua uscita, il suo  Once Upon a Time in… Hollywood resta campione indiscusso di incassi.

Nelle sale italiane l’ultima fatica del regista cult di Pulp fiction e di molti altri film di cui noi amanti del cinema non possiamo proprio fare a meno: Once Upon a Time… in Hollywood.
Questo gioiellino metalinguistico rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo (anche senza la fluttuante DeLorean DMC-12 di Zemeckis) all’interno di un’epoca irripetibile del cinema made in USA e non solo.

Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, protagonisti del lungometraggio

Come è stato reso noto fin dai primissimi rumors sul film, la doppia linea narrativa della trama ruota attorno alle vicende di due insolite coppie  di vicini di casa: da un lato due icone del nuovo cinema e della nuova cultura popolare come Roman Polański e Sharon Tate, dall’altro un attore sull’orlo della crisi di nervi (per citare l’amatissimo Almodóvar) e la sua placida controfigura ormai declassata ad autista.

Il contesto storico in cui è immersa la vicenda è quello del turbolento anno 1969, figlio di primo letto dei fervori che nell’anno precedente scossero l’Europa, tra il maggio francese e i movimenti studenteschi, in un clima che non lascia di certo indifferente il linguaggio del dispositivo cinematografico. Ed è proprio tale metamorfosi culturale che il film di Tarantino tenta di inquadrare, sotto molteplici aspetti. In primis, logicamente, sotto il profilo del cinema, dal polveroso e statico cinema di genere classico americano al fenomeno della New Hollywood, citato in prima battuta non solo nei cartelloni pubblicitari o nelle deliziose ricostruzione dei set dell’epoca, ma anche e soprattutto all’interno del DNA dei personaggi: in tal senso il personaggio di Cliff Booth (Brad Pitt) rappresenta uno straordinario omaggio al Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) de Il laureato – uno di quei film che inaugurano la nuova stagione del cinema americano – personaggio di uomo adulto che si infatua di una ragazza di un’età assai differente dalla sua… con un primo incontro non casualmente suggellato dalle note di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel.

Confronto tra Dustin Hoffman ne Il laureato e Brad Pitt in C’era una volta a… Hollywood

Egli e il suo sodale Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) sono impegnati infatti in produzione che gli agli albori del 1970 iniziano ad apparire come stanche, messe sotto assedio della diffusione di nuovi prodotti televisivi e dall’inarrestabile avanzare del cinema d’autore europeo, che dal secondo dopoguerra in poi – a partire dal Neorealismo italiano, passando per la Nouvelle Vague francese, fino ad arrivare alla contemporaneità della narrazione tarantiniana – ha saputo (forse per l’unica volta nella storia della settima arte) affermare la propria supremazia nei confronti del colosso dell’industria hollywoodiana.
Non è un caso quindi che a irrompere nella vita del fiacco divo western e del suo doppio (lo stunt-man se ci si pensa bene, è nel cinema ciò che più si avvicina alle teorie pirandelliane sulla maschera) sia un autore europeo come Polański: la sua presenza sul suolo di Los Angeles, a pochi metri dall’abitazione di Dalton, rappresenta infatti un abilissimo stratagemma che Tarantino utilizza per restituire in chiave iconografica la crescente potenza che il cinema europeo sta guadagnando nei confronti dell’industria hollywoodiana, ormai polverosa e legata a generi e sottogeneri diventati stereotipati e ripetitivi. Una modernità stilistica che viene restituita nel film anche visivamente: non sono solo le pellicole ad essere differenti, ma anche i loro vestiti, le loro automobili, le loro abitazioni, le loro abitudini, ecc.

Altra trasformazione fondamentale che Tarantino riesce magistralmente a fotografare è quella relativa al passaggio di testimone alla cultura hippie (tema principale del film Easy Ryder di Dennis Hopper, uscito proprio nello stesso anno in cui è ambientata la storia), con le sue droghe e il suo stile di vita gitano, che se da una parte riesce a convincere Braddock (che finirà a fumare una sigaretta intinta nell’acido), dall’altro suscita in Dalton il più profondo disprezzo. Esemplare principe di questa traslazione è rappresentato dal ranch George Spahn (Bruce Dern), un tempo tempio dei western movie, ora trasformato in campo comunitario gestito dalla Manson family.

Inutile stare seduti in sala a cercare o contare tutte le citazioni, sono troppe. Leone, Corbucci, Margheriti (già usurpato del cognome in Bastardi senza gloria) vengono continuamente tirati in ballo, al fianco di molti altri nomi altisonanti del cinema pop d’annata; uno tra tutti, il buffissimo cameo del finto Bruce Lee, che dopo essere stato osannato in Kill Bill dallo stesso regista, qui viene riportato in una veste insolita che ha suscitato non poche polemiche. A questo punto una domanda sorge spontanea: è esistito realmente un Rick Dalton?
Uno solo no.
Esso è infatti il prodotto immaginario di diverse personalità attoriali che hanno realmente abitato la Hollywood di quel periodo: la parentela tra Steve McQueen e il personaggio di DiCaprio viene dichiarata in prima battuta del film, tanto da sostituire quest’ultimo al protagonista de La grande fuga per poche (ma esilaranti) inquadrature; poi Ty Hardin, protagonista della serie tv Bronco, che tentó con scarso successo di sfondare negli spaghetti western negli anni ‘60, collaborando per giunta con Sergio Corbucci; dall’ Edd Byrnes di 5 per la gloria Tarantino sfrutta tutto ciò che concerne l’uso del lanciafiamme; e non ultimi George Hilton e Pete Duel, quest’ultimo morto suicida nel dicembre 1971, affetto da disturbi bipolari e avvezzo a un uso eccessivo di alcolici, proprio come il protagonista della serie fittizia Bounty Law.

Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Steve McQueen

George Hilton e Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)
Edd Byrnes e Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)
Ty Hardin e Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)
Pete Duel e Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)
Il finale (che per ovvie ragioni non sveleremo) restituisce il senso favolistico del titolo del film.
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