RECENSIONE ‘Noi’, il nuovo film di Jordan Peele

CINEMA RECENSIONI
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Il nuovo film di Jordan Peele con protagonista Lupita Nyong’o:

Noi è nelle sale italiane dal 4 aprile

Dopo il successo straordinario di Scappa – Get Out, vincitore agli Oscar 2018 per la Miglior sceneggiatura originale, Jordan Peele torna con un altro capitolo horror che colpisce come una frusta la coscienza umana.

E’ il 1986 quando la piccola Adelaide, durante una serata al Luna Park di Santa Cruz, si allontana dai propri genitori ed entra nella spaventosa casa degli specchi: qui, nel buio, si smarrisce per qualche minuto in cui vede qualcosa che non dimenticherà più per il resto della sua vita. Un’ombra, un riflesso, che subdolamente perseguiterà il suo subconscio negli anni a seguire.

Adelaide cresce, con suo marito e i suoi due figli torna ogni estate nella casa della sua infanzia come se tutto scorresse normalmente. Un giorno, però, acconsente a tornare sulla stessa spiaggia dove ha incontrato il suo mostro: l’angoscia prende il sopravvento e libera la strada ai demoni che aveva tenuto lontani così a lungo. Proprio quella notte, infatti, la donna confessa a suo marito l’accaduto che la tormenta, poco prima che tutta la famiglia venga fatta ostaggio di un gruppo di persone: figure immobilizzate nel buio che accerchiano la casa e creano una forma di sconcerto più affilata che in un moto di azione. Si avvicinano e sono identiche ai protagonisti ma, come un esercito, si presentano dotati di divise rosse, sguardi feroci e forbici che rappresentano molto più di una semplice arma.

Ci sono milioni di tunnel, strade e linee della metro inutilizzate che percorrono gli Stati Uniti, dimenticate perché di nessuna utilità.

Dopo l’epigrafe che inaugura la sua nuova opera, Peele ci riporta alla memoria il movimento Hands Across America del 1986 che vide milioni di persone stringersi la mano lungo un percorso attraverso gli Stati Uniti che aveva lo scopo di raccogliere fondi da destinare ai poveri della nazione; solo dopo la pellicola si apre all’episodio di Adelaide a cui, ancora, segue una lunga sequenza che su note raccapriccianti accompagna i titoli di testa.

Dal focus di un occhio la cinepresa si allontana lentamente per accogliere un blocco – potenzialmente infinito – di conigli tenuti in strette celle: cavie innocue che simboleggiano al contempo la paura latente, costretta e ingiustificata dietro le sbarre, e la codardia di chi le tiene in trappola.

È un dato di fatto, Peele ha un punto di vista unico e irrequieto, in grado di turbare lo spettatore attraverso una visione ampia ed estremamente critica della società attuale. Lo fa servendosi di persone normali e situazioni banali in grado di generare ansia anche fuori dal contesto cinematografico. Siamo vite imprigionate dal senso di colpa da un lato e dell’abbandono dall’altro, incapaci di assumerci la responsabilità di chi releghiamo al confine, finché tutto emerge e ci intrappola in una forbice stretta tra ciò che pensiamo di essere e ciò che non crediamo di aver fatto.

Ancora una volta, il dito punta in direzione degli esseri umani, individuati sempre come i veri mostri di qualsiasi vicenda.

Questa nuova pellicola, più profonda e al contempo imprecisa di Get Out, sottolinea ancora una volta l’utilizzo che Peele fa del genere horror per comunicare su più livelli il disagio collettivo di una popolazione.

Il genere da lui prediletto funge solo da pretesto per spingere la paura a prendere il sopravvento su di noi come sui protagonisti: ciò che ci spaventa e angoscia in sala non sono i colpi di scena, spesso anche prevedibili perché canonici dell’horror, ma piuttosto la sensazione che ne deriva e che, come il doppio di Adelaide, danza su note invisibili. Seduti sulle nostre poltrone di velluto dobbiamo solo accettare ciò che sta accadendo e sentirci mancare il fiato, asfissiati dalla possibilità che qualcuno uguale a noi si aggiri dimenticato e rancoroso sotto il suolo sui cui poggiamo i piedi.

La regia di Peele è in grado di far trasparire tutto il sentimento di questa condizione attraverso l’utilizzo di ombre e schemi che si allargano sullo schermo, come il coreografico sparpagliarsi delle ombre tra i cespugli dopo la lunga stasi al buio della casa. E’ una paura, quella raccontata in Noi, che sfrutta la tribalità della ferocia umana che si raccoglie lentamente in un abbraccio infinito intorno al mondo fagocitando, affamata, la distinzione tra i due mondi.

Noi film 2019

La forbice, arma casalinga e alla portata di tutti, rappresenta la facilità con cui ognuno di noi potrebbe cambiare l’andamento delle cose, tagliando quel filo invisibile che è il destino prestabilito da altri, proprio come le Parche della mitologia romana. Quella stessa arma è il simbolo della disuguaglianza sociale che perseguita il mondo allargandosi al punto da generare un collasso.

La potenza di Peele, però, non si limita a padroneggiare la scena grazie alla sincronia tra visivo e sonoro, ma arriva anche attraverso la scelta comica delle situazioni. Dialoghi, circostanze e assurde provocazioni, che altrove stonerebbero e ci catapulterebbero in un b-movie, qui alleggeriscono il tono invocando nello spettatore una visione autocritica che ridicolizza la superiorità dell’uomo ‘A’ e, infine, rivolge al maligno – solo per definizione – una compassione che ci fa sentire immediatamente colpevoli.

La realtà descritta in Noi si pone al confine tra il genere horror e il thriller psicologico.

E’ un’apocalisse zombie fatta di persone vive e condannate al buio della nostra coscienza sporca. Ci siamo dimenticati chi siamo, abbiamo rinchiuso ciò che non ci piaceva in un mondo sotterraneo di cui abbiamo gettato la chiave.

Il volto di Lupita Nyong’o si presta perfettamente ad accogliere luci e ombre del personaggio come dell’intera storia, la paura che diventa stanchezza e poi astuzia e conduce ad un finale imprevedibile e disorientante che ci fa dubitare definitivamente di chi siamo noi e di chi abbiamo accanto a noi.

Noi film 2019

Facciamo paura a noi stessi, che siamo perfettamente interscambiabili con la nostra parte maligna e latente. Come bambole voodoo che, solo se pizzicate, si corrispondono, dissimulando così la distinzione tra il dolore che proviamo in superficie e quello che come una eco ci perseguita internamente.

Adesso, forse, non c’è un’opera più contemporanea della pellicola di Jordan Peele, che entra in sala come erede del successo precedente e ne esce con la corona di chi sa come aggiungere pezzi a quella che potrebbe essere una vera e propria saga sulla colpevolezza umana e, più da vicino, degli Stati Uniti (Us come US?): ancora una volta, oggi, si continuiamo ad ergere muri davanti a quei simili che sono noi, ma non lo sono, come se esistessero davvero un mondo di sopra, di serie A, e uno di sotto, di serie B.

– Chi siete? – Siamo americani.

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