Roma Cuaron

Roma e la funzione del premio cinematografico in epoca digitale

CINEMA Netflix ORIGINALI
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Da pochi giorni si è conclusa la 91ª edizione degli Academy Awards, con la vittoria di Green Book, Black Panther, Blackkklansman e Roma.

Le statuette d’ottone hanno preso il loro posto d’onore sulle mensole dei caminetti, i sontuosi e costosissimi abiti delle star sono stati riposti accuratamente negli armadi e noi comuni mortali (dopo aver tifato, pianto e sperato per i nostri idoli) torniamo alla monotona vita quotidiana.

I riflettori si sono spenti su un’edizione senza troppi colpi di scena (fatta eccezione del caso Black Panther e del sorpasso Colman-Close) dove si è cercata un’equa distribuzione dei premi un po’ in tutti film, gratificando particolarmente i grandi successi del botteghino come Green Book e Bohemian Rhapsody. Eppure all’interno dello sconfinato panorama del cinema commerciale hollywoodiano, la pellicola protagonista indiscussa di questa edizione è stata Roma, che fin dal suo debutto alla scorsa edizione del Festival di Venezia, si è subito imposta come film dell’anno.
Un’opera che ha avuto un impatto talmente forte da poter potenzialmente creare un precedente di contemporaneità tra Miglior Film e Miglior Film in lingua straniera, andando a creare una sorta di prototipo utopistico di film universale. Nonostante tale fantasia non si sia avverata, il film vanta il premio per la regia e per la fotografia (oltre a quello di miglior film in lingua straniera).

Proprio intorno a questo film – in un’edizione che verrà ricordata per essere stata fin troppo politicamente corretta – si apre un accanito dibattito sullo stato l’opera cinematografica nel XXI secolo.

É giusto che un film targato Netflix abbia un regolare accesso alla competizione cinematografica più importante al mondo?
È mai possibile che la manifestazione che da quasi un secolo rappresenta l’eccellenza del campo audiovisivo si apra alla fruizione del film fuori dalla sala cinematografica?
Sono paragonabili l’esperienza di una visione in sala con quella domestica fatta al computer?

I vincitori delle ambite statuette infatti, non hanno avuto nemmeno il tempo di concludere i festeggiamenti che sono stati travolti da un’ondata di critiche e insurrezioni da parte degli esercenti cinematografici, che hanno apertamente manifestata contro lo sfacciato successo del film di Cuarón. Uno sdegno che viene espresso principalmente dai paesi europei, dove i proprietari delle sale si era già uniti nel rifiuto di una distribuzione adeguata nelle sale del film Netflix: addirittura in Francia lo scorso anno avevano esercitato con successo forti tensioni affinché il Festival di Cannes bandisse i suddetti film dalla competizione ufficiale, mossa che ha portato Roma a non comparire nella cornice della più importante rassegna europea, ma a partecipare e a trionfare con il Leone d’oro al Festival di Venezia.

Pur essendo uniti nell’opposizione e nel rifiuto del modus operandi di Netflix, i gestori cinematografici si sono stretti in un elogio dell’opera di Cuarón, esaltandone le qualità stilistiche e la fotografia, che sicuramente concede il massimo della sua espressività sul grande schermo. Molti di essi hanno sperato (e sperano tutt’ora) che tutto questo dibattito porti la società a riconsiderare le strategie di distribuzione delle sue opere.
 
Christian Brauer, presidente dell’associazione tedesca degli espositori AG Kino, ha dichiarato a THR «Netflix ovviamente non si è preoccupato del film Roma, voleva solo usare gli Oscar come un modo per promuovere il loro marchio» per poi aggiungere « Ho notato, tuttavia, che il fallimento di Roma nel conquistare il premio di Miglior Film all’Oscar dimostra che il denaro non può comprare tutto.» Ciò che vale veramente la pena sottolineare è che nella spietato ottica imperialista di Netflix, essa non tiene conto di tutta una serie di classi sociali che non hanno accesso alla piattaforma. Il divario digitale, specialmente in Europa, è un argomento ancora protagonista delle dinamiche di ricezione di un’opera filmica, soprattutto se si pensa al nostro paese: stando al recente studio Eurostat, l’Italia è il paese europeo col più alto tasso di over 65 rispetto a una popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Vincolare un film all’esclusiva visione online vuol dire nella nostra penisola rinunciare ad una vasta fetta di spettatori non digitalizzati.
 
Quella che può apparire come una semplice considerazione, trova la sua ragione di validità nel confronto tra Roma e un altro ex-concorrente al titolo di Miglior Film straniero: Cold War.
Secondo le dichiarazioni offerte da Brauer, quest’ultimo film (che condivide anche la particolarità di essere un film in B/N) ha ottenuto un ottimo successo al botteghino; risultato che avrebbe potuto perseguire con ancor più facilità Roma, portando Netflix a un risultato economico che avrebbe giovato a nuove produzioni.

Senza dubbio il 2019 ha rappresentato nella storia degli Oscar un anno di transizione, di presa di coscienza di quali sono le nuove frontiere e le prospettive future del cinema nell’epoca digitale.
Ma la domanda che dobbiamo porci in ultima analisi è: se non è ciò che universalmente viene considerato il tempio del cinema a tutelare e a preservare l’esperienza spettattoriale tipica e centrale nella settima arte, chi mai lo farà?
Ci troviamo di fronte a un quesito epocale che è solo il primo passo di una rivoluzione che modificherà per sempre il nostro modo di godere di un film, in un mondo dove due biglietti per il cinema costano di più di un abbonamento mensile a Netflix, dove il 3D ha definitivamente fallito l’obiettivo di riportare il pubblico in sala, dove i più grandi autori della contemporaneità stanno con sempre maggiore convinzione abbracciando le piattaforme on-line.
Un mondo appunto, dove le stesse figure che hanno reso il cinema grande e universalmente influente, stanno inevitabilmente abbandonando la cara e vecchia seduta di velluto rosso della sala cinematografica.

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