RomaFF13: RECENSIONE Monsters and Men di Reinaldo Marcus Green

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Monsters and Men di Reinaldo Marcus Green alla Festa del Cinema di Roma

Un’altra pellicola sul razzismo, tema dominante in questa 13a edizione

Monsters and Men di Reinaldo Marcus Green si somma alle pellicole sul razzismo che lo hanno già preceduto in questa tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Pur soffrendo di questo “difetto tempistico”, a differenza degli altri film, quello di Green lascia emergere attraverso tre differenti punti di vista i conflitti celati non solo dietro alla più banale cronaca della discriminazione, ma nell’intimità di chi si trova a dover fare delle scelte che giocano sia sul proprio destino che su quello degli altri.

Un fatto, tre vite e tre dimensioni

Dennis Williams (John David Washington) è un padre e un poliziotto che conta quante volte, senza motivo, viene fermato dai suoi colleghi in servizio perché, senza divisa, è solo un sospettabile “nero”.

Una sera il giovane Manny (Anthony Ramos), ragazzo ispanico proveniente dal ghetto, assiste alla morte di uno un amico disarmato, ucciso della polizia in seguito ad una lite. Manny ha ripreso tutto con il suo cellulare e, dopo averci riflettuto, decide di denunciare l’accaduto pubblicando tutto su youtube. Per essere d’intralcio alla divisa (abusata) degli agenti, il ragazzo viene arrestato lasciando a casa una compagna, una bambina molto piccola e ad un nuovo lavoro che li avrebbe finalmente aiutati.

Dennis sarà tormentato dalla vicenda che lo mette in bilico tra due mondi inconciliabili, ma alla fine prenderà le distanze dalle indagini che potrebbero riportare Manny a casa e far giustizia alla vittima della sparatoria.

Il terzo punto di vista ad essere raccontato, infine, è quello della promessa sportiva Zyrick (Kelvin Harrison Jr.), figlio di un agente e anche lui a metà tra i due mondi. Come i suoi vicini, anche Zyrick viene fermato e poi rilasciato dalla polizia, ma la sensazione che rimane è tanto forte da tormentarlo fino al termine del film quando, unitosi ai movimenti di protesta, un finale aperto ci lascia a riflettere sulle sofferenze di una comunità intera.

Angosce di una comunità messe a fuoco da tre sguardi

Questo Monsters and Men è un film corale in cui ognuno dei punti di vista, mostrati singolarmente, confluisce nei successivi allargando la visione dello spettatore fino a restituirgli la panoramica d’insieme su un’intera comunità.

L’immagine è pulita, limpida e molto lontana da quella che padroneggia nelle altre pellicole che abbiamo visto, più cupe e graffiate. Green non si perde nei virtuosismi di Barry Jenkins ma insegue i personaggi nelle loro case, indagandone i volti per metterne a fuoco l’angoscia mentre oscura i fatti scatenanti che vengono lasciati off-screen (fuori dal l’inquadratura). Soprattutto, lo fa servendosi dei silenzi di una sceneggiatura poco dialogata o musicata.

Si tratta di un unico punto di vista dissezionato in tre evoluzioni distinte: il quartiere di Bed-Stuy da un lato, e il poliziotto, l’incriminato e il figlio di un altro poliziotto – appartenenti alla stessa comunità – dall’altro.

Uomini e mostri

Nell’America di Trump che sembra aver ritrovato un’emergenza razziale mai realmente rientrata, Monsters and Men è stato preceduto da diverse pellicole nel corso di questo Festival, tra cui spicca tematicamente The Hate U Give di George Tillman Jr.

Ma, se i giochi registici di Barry Jenkins in If Beale Street Could Talk fanno un buco nell’acqua che non lasciano vedere il fondale, così anche la morale della pellicola di Tillman viene stemperata e allo spettatore viene chiesto solo di osservare e cogliere l’urgenza del tema.

È un punto preciso quello di questa pellicola: uomini e mostri. Non solo quelli nascosti dalla divisa, ma gli spettri delle decisioni che prendiamo e che sentiamo, nel bene e nel male, come macigni in grado di estirpare le vite degli altri o le nostre personali. Tutto ha delle conseguenze e può definirci in quanto tale.

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