L'uomo che uccise Don Chisciotte

#Analizziamo: L’uomo che uccise Don Chisciotte

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Terry Gilliam torna finalmente al cinema

Analizziamo il suo ultimo lavoro, L’uomo che uccise Don Chisciotte

Un dato tanto bizzarro quanto significativo popola il panorama delle sale italiane questa settimana: l’insolita presenza come attore protagonista di Jonathan Pryce in due produzioni differenti, ovvero The Wife – Vivere nell’ombra e L’uomo che uccise Don Chisciotte.

Se negli ultimi anni c’eravamo abituati a vederlo comparire in piccolo ruoli come ne Il trono di spade o nella saga dei Pirati dei Caraibi, l’attore britannico torna a 71 anni a far parlare delle sue interpretazioni. La prima più delicata e sommessa (sicuramente a favore di una maggiore visibilità della moglie scenica Glenn Close, che si attesta protagonista dell’opera fin dal suo titolo); la seconda nei panni del folle ed eroico Don Chiosciotte nell’ultima opera di Terry Gilliam, costata all’ex Monty Python quasi trent’anni di mal di stomaco.

A stupire, però, non è tanto la casualità o la coincidenza di trovare questi due film insieme, quanto il fatto che il primo personaggio citi direttamente il secondo all’interno dello stesso film: infatti lo spettatore che si imbatte nella visione successiva delle due pellicole non può non notare che lo scrittore candidato al Nobel in The Wife – Vivere nell’ombra scelga come discorso di ringraziamento ad una platea di parenti e amici proprio un brano del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. Un ponte affascinate e metalinguistico che lega due opere diversissime tra loro.

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E chi se lo sarebbe mai aspettato che dopo 29 lunghi anni di peripezie, sciagure produttive, morti e disavventure varie, Terry Gilliam ce l’avrebbe fatta? Il mitico animatore dei Python porta finalmente a termine la sua opera più ambiziosa, ambientata ai nostri tempi ma mossa dai sacri sentimenti della cavalleria medievale. Lo scenario cambia, i tempi si aggiornano, ma gli elementi rimangono gli stessi: i mulini a vento sono diventati pale eoliche, i destrieri veloci motociclette, i sovrani laidi malviventi proprietari di fabbriche di Vodka.

Non mancano per questo echi e rimandi alla poetica che il cineasta ha instaurato nell’arco della sua intera carriera: l’irrazionale rapporto mentore-allievo, che già aveva portato un certo Jeff Bridges a seguire le orme di un amabile e svitato senzatetto Robin Williams nella ricerca del Santo Graal ne La leggenda del re pescatore del 1991, per esempio. O ancora, un paesaggio distopico e disorientante tipico di capolavori come Brazil e L’esercito delle 12 scimmie. O il tema favolistico che attraversa la filmografia del regista da produzioni che vanno da Le avventure del barone di Munchausen a I fratelli Grimm e l’incantevole strega.

Anche questa volta Gilliam si avvale come direttore alla fotografia dell’italianissimo Nicola Pecorini, con cui ha stretto un sodalizio artistico sin dai tempi di Paura e delirio a Las Vegas. Pecorini è ormai specialista nel ricreare l’immaginario onirico e surreale tipico del regista americano, che in questo film in particolare crea di continuo un ponte tra presente e passato, tra sonno e veglia, tra dubbio e certezza.

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Detto ciò, non ci troviamo davanti a un film perfetto. Gli interminabili tempi di produzione e una sceneggiatura che ha cambiato nel corso dei decenni la sua natura per aderire ai canoni commerciali si fanno tangibili, soprattutto nella seconda parte. L’alternarsi dei nomi di Johnny Depp, Ewan McGregor, Jack O’Connell e infine Adam Driver per il ruolo di Toby Grisoni e di quelli dei vari Robert Duvall, Michael Palin, John Hurt e Jonathan Pryce per quello di Javier/Don Chisciotte, hanno portato – come si può ben immaginare – ad una serie infinita di grattacapi produttivi.

La frustrazione che Gilliam raccoglie in tutti questi anni viene portata in scena attraverso il personaggio di Adam Driver. Driver interpreta un arricchito e annoiato regista americano che si trova in Spagna a girare una pubblicità a tema Chisciotte. Grazie al fatale incontro con uno zingaro venditore di DVD pirata, l’uomo torna a fare i conti con il suo passato, con l’idealismo giovanile e con le ambizioni da debuttante. Scopriamo infatti, che l’insana passione per il celebre oppositore dei mulini a vento aveva già trascinato il cineasta in quella terra con il determinato obbiettivo di creare un film manifesto, una sorta di opera neorealista senza grandi produzioni e con attori presi dalla strada. Tra questi un anziano calzolaio che attuerà un processo di immedesimazione decisamente troppo radicale.

Così facendo, il retaggio made in USA e la cultura europea si fondono in una sinfonia che celebra i valori del coraggio e dell’amicizia al di là di qualsiasi preconcetto, tanto da portare il protagonista a lanciare letteralmente via le didascalie dallo schermo, come se i personaggi parlassero un linguaggio universale, come se le virtù morali che il film richiama fossero qualità assolute.

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