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RECENSIONE 13 Reasons Why – seconda stagione

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13 Reasons Why è da poco tornato su Netflix con la seconda stagione, ma dopo la visione la domanda che resta è la stessa che ci tormentava sin dall’annuncio: era davvero necessaria?

Quando lo scorso anno Netflix ha annunciato che 13 Reasons Why, in Italia conosciuta anche semplicemente come Tredici, avrebbe avuto un seguito io ero abbastanza perplessa e anche un po’ arrabbiata. Ero perplessa perché non sapevo bene come avrebbero potuto costruire una seconda stagione senza snaturare l’originale. Ed ero arrabbiata perché ancora una volta i produttori mettevano il profitto davanti alla storia. Sono consapevole che il cinema e la tv siano un’industria e che quindi il guadagno è in qualche modo sempre il fine ultimo, ma nel mio mondo della Mulino Bianco vorrei che si fosse in grado di dire no ai soldi facili per proteggere una storia che era giusta così: conclusa.

Dopo aver visto la seconda stagione, rimango ferma sulla mia posizione: 13 Reasons Why non aveva bisogno di un seguito. La prima stagione mi era piaciuta tantissimo. Era stata come un pugno nello stomaco: difficile e destabilizzante. Una serie da vedere, capire e assimilare.

La seconda stagione non ha la stessa potenza né, inevitabilmente, la stessa sconvolgente necessità. La serie in generale mi ha delusa, ma ci sono comunque cose che funzionano molto bene.

’13 Reason Why’ Season 2 (Courtesy of Netflix)

Cinque mesi dopo

La serie ricomincia cinque mesi dopo la morte di Hannah Baker. Gli amici e la famiglia della ragazza stanno facendo i conti con le conseguenze del gesto che ha compiuto e delle cassette che ha lasciato. I genitori non stanno più insieme e la madre Olivia ha intentato causa alla scuola Liberty High con l’accusa di negligenza verso il grido di aiuto di sua figlia. Clay tenta di dimenticare Hannah e sembra aver trovato un po’ di pace con Skye. Jessica e Alex, che aveva tentato il suicidio a sua volta, ritornano a scuola con le loro cicatrici fisiche e spirituali. Bryce continua a condurre la sua vita di sempre senza neanche un’ombra sul suo nome, perché tutti sanno cosa ha fatto ma nessuno può agire se non c’è una testimonianza diretta di qualcuno in vita.

Il processo mette a dura prova tutti i ragazzi che sono chiamati a testimoniare e ci fa scoprire altri aspetti di Hannah e della sua vita che erano stati omessi nella prima stagione. Se nei primi 13 episodi avevamo sentito la versione della storia di Hannah, qui ascoltiamo quella degli altri ragazzi.

Gli eventi cominciano a precipitare quando Clay trova nel suo armadietto una polaroid che ritrae Bryce mentre abusa di una ragazza incosciente. “Hannah non era l’unica” è scritto sul retro della foto e Clay ricade in un vortice di rabbia e impotenza nel tentativo di smascherare e far condannare le azioni di Bryce una volta per tutte.

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Che cos’è la verità?

Sono tante le cose che non funzionano in questa seconda stagione di 13 Reasons Why. Tramite il processo e le testimonianze, gli autori aggiungono pezzi al puzzle della vita di Hannah e degli studenti della Liberty High. Il problema è che questi pezzi non erano necessari e ci dicono cose che non ci serviva sapere. E anzi, spesso e volentieri, diventano controproducenti nella caratterizzazione di un personaggio in particolare: Hannah.

Avevamo imparato a conoscere Hannah e ci eravamo affezionati a lei, nonostante i suoi difetti e i suoi gesti estremi, proprio come aveva fatto Clay. Ma l’Hannah che viene dipinta in questa seconda stagione è molto diversa da quella precedente. Non dico che sia necessariamente un male perché le persone sono complesse ed è giusto che anche i personaggi lo siano. Ma la sensazione, perché si tratta più di una sensazione che di un dato di fatto, è che Hannah Baker venga completamente stravolta dalle parole con cui viene descritta. E non parlo ovviamente delle testimonianze di Marcus o Bryce che chiaramente mentivano. C’è in generale poca coerenza con il personaggio della prima stagione. Hanno aggiunto sfaccettature, ma hanno creato confusione.

La confusione che ho percepito è anche dettata dall’inserimento dei flashback che rendono piuttosto incasinata la linea temporale e quasi tolgono senso al tragico gesto compiuto da Hannah. Se nella prima stagione potevamo sentire e quasi fare nostro il dolore di Hannah, ora quel malessere sembra quasi cancellato.

’13 Reason Why’ Season 2 (Courtesy of Netflix)

Bocciati

Una cosa, poi, che non ho apprezzato è stata la presenza di Hannah in quanto “fantasma” o meglio coscienza e voce interiore di Clay. Katherine Langford è bellissima e piena di talento quindi posso capire perché gli autori l’hanno voluta sullo schermo il più possibile, ma davvero per me è stata una caduta di stile.

Altra caduta di stile è stato l’accanimento ingiustificato su questi poveri ragazzi. La prima stagione ha l’enorme merito di trattare senza fronzoli e in modo molto diretto tematiche quali il suicidio, il bullismo e la violenza sessuale. Era necessario che lo facesse ed è stata in grado di passare un messaggio importante in modo coerente e coraggioso. 

Questa seconda stagione indugia ancora sulle stesse tematiche, ma questa volta lo fa in una maniera voyeuristica e eccessiva che non aggiunge nulla alla sensibilizzazione verso gli argomenti trattati, ma anzi quasi li svilisce. Sembra che non ci possa essere speranza per questi ragazzi, in nessun modo. La volontà di raccontare una realtà che esiste e ferisce molte persone ogni giorno viene persa di vista a favore di un sensazionalismo e di una ricerca del tragico che oltrepassano il limite. Se avete visto la serie sapete a cosa mi riferisco, ma i momenti che danno questa sensazione sono in realtà più di uno.

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Promossi

Ci sono però cose che ho apprezzato molto in questa seconda stagione. Mi è piaciuto il processo di “guarigione” di Jessica e il modo in cui è stato affrontato il discorso dello stupro. 

Mi è piaciuta la funzione finale dedicata ad Hannah, le sue “reasons why not”, il rapporto che si è creato tra Justin e Clay così come quello tra Alex e Zach. O ancora la sequenza sulle note di “The Night We Met”: dolore, ma anche condivisione.

Gli autori hanno fatto un ottimo lavoro con la caratterizzazione di alcuni personaggi. Zach in primis, che si rivela essere un ragazzo dolce e premuroso che poco ha a che fare con gli altri atleti. Vorrebbe agire, vorrebbe comportarsi secondo la sua vera natura, ma l’ambiente che lo circonda ha sempre influito troppo su di lui. Zach è una brava persona che è sempre stata troppo codarda per essere fedele a se stesso invece che agli “amici”.

E la mancanza di coraggio è ciò che contraddistingue anche Justin, incapace per anni di uscire dall’ombra di Bryce perché sentiva di dovergli qualcosa. La crescita, la presa di coscienza, la ricerca disperata di una seconda opportunità sono le cose che lo spingono a cambiare, ad essere una persona migliore e io voglio credere che ce la farà.

E poi Mr. Porter: rappresentazione di un sistema, del mondo degli adulti, che fallisce nel comprendere le problematiche dei ragazzi e il loro grido di aiuto. L’unica colpa di Kevin Porter è quella di non essere stato in grado di capire e di ascoltare. È un brav’uomo che non è stato in grado di fare abbastanza e che si porterà questo rimorso e questo errore per tutta la vita. Porter è un po’ tutti noi, è ciò che rischiamo di essere per gli altri quando non siamo in grado di comprendere realmente.

’13 Reason Why’ Season 2 (Courtesy of Netflix)

Insomma, nonostante le cose che funzionano, 13 Reasons Why è diventato un puzzle i cui pezzi non combaciano più alla perfezione. La sensazione è che sia una forzatura non necessaria che lascia l’amaro in bocca ripensando a quello che è stata la prima stagione. 

Credo che il mio approccio a questi 13 episodi sarà come quello a Pocahontas 2: fingerò che non esista.

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