#MovieAdvice 10: The Post – la recensione tardiva. Il film di Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks

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Spielberg, 2017. L’eroe dei sogni bambini mette da parte alieni e giganti per raccontare con The Post l’alienazione della politica dalle conseguenze umane delle sue decisioni.

Una campagna mediatica, quella degli Stati Uniti di ben quattro amministrazioni politiche, disposta a sacrificare i figli dei propri amici per non soccombere all’umiliazione della sconfitta nella guerra del Vietnam.

Dovendo dire due parole su questa pellicola sorge la difficoltà nel definirlo come un film politico, di propaganda, un film sul giornalismo o sull’emancipazione femminile ed editoriale. Alla fine si può concordare sul fatto che The Post sia tutte queste cose insieme: alcune prospettive funzionano meglio di altre e portano in sala una pellicola rafforzata dell’esperienza del proprio team; ma dei problemi sorgono quando, invece, alcuni di questi temi si scontrano in maniera quasi deleteria, assumendo un partito che non può conciliarsi con gli altri.

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Dopo Il ponte delle Spie, Spielberg torna quindi a dirigere un nuovo film politico avvalendosi della collaborazione di chi, nuotando tra le inchieste giornalistiche, ha di fatto permesso la vittoria della denuncia cinematografica con Il caso Spotlight: lo sceneggiatore Josh Singer.

E la mano di Singer si sente sinceramente in questo lavoro che del suo regista mette in mostra poco, pur non venendo meno alla propria promessa strutturale: un film sull’informazione politica che si veste di tensioni emotive e interazioni umane piuttosto che avvinghiarsi all’esplorazione dei fatti come, al contrario, accadeva nel premiato Spotlight di Tom McCarthy, dove la co-sceneggiatura di Singer ricreava con la pellicola l’intera inchiesta.

The Post racconta le vicende dei Pentagon Papers, fascicoli top secret del governo statunitense che riportano le informazioni più dissacranti dell’etica americana in campo vietnamita.

Spielberg decide di raccontare questa storia dal punto di vista del The Washington Post e della donna che ha permesso, non senza la determinazione del proprio direttore editoriale, di trasformare un giornale di famiglia in un caposaldo dell’informazione nazionale.

Katharine Graham è una vedova che deve rivestire il ruolo di editrice lasciatogli non dal padre, a cui il giornale è appartenuto in origine, ma dal marito morto suicida a cui era stato affidato.

L’assurdità – attuale soprattutto oggi con i nostri occhi – della situazione viene marcata strettamente dalle occhiate degli esperti membri del consiglio e da una conversazione che esprime esattamente quello che Kay teme. L’incertezza-protagonista traspare fin dalla prima apparizione, quando si affida al suo collaboratore più fedele per provare il discorso che dovrebbe fargli tirare le redini che le spettano di diritto. Discorso che viene ceduto perchè sopraffatta dal timore davanti a quel Consiglio interamente maschile.

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Spielberg sceglie gli eroi sbagliati per raccontare la politica, il The Washington Post e la sua editrice; sceglie una donna perché la Storia la mette a disposizione e perché i tempi attuali lo permettono, ma i veri eroi su cui si sofferma come strumenti utili ma non fondamentali sono coloro che, dopo la sequenza iniziale, vengono trascurati per far emergere una pellicola decisamente più attuale.

Non il Post che ha sì rischiato il proprio volto ancora acerbo, ma avvalendosi di fatto – insieme al più influente The New York Times – della protezione dell’emendamento sul diritto di stampa, perché tra le mani non ha che la combinazione vincente per giocare d’azzardo; gli eroi storici sono i giovani Daniel Ellsberg e complici, che hanno tradito il giuramento allo Stato per svelarne le magagne con la certezza di venire scoperti e che, invece, sono tagliati quasi del tutto dal cuore della pellicola. Se questi hanno denunciato i fatti per salvare le vite e l’umanità della propria nazione, dal punto di vista editoriale, al contrario, non è il bisogno di raccontare la verità a muovere la storia dei Pentagon Papers: dietro gli occhi del direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) c’è in gioco una scommessa e il Post, nel racconto dei fatti, rischia ben poco se non nel ruolo di Kay, che deve elevarsi a capo effettivo dei suoi impiegati.

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Quella dei Pentagon Papers è la vicenda che offre al giornale di Washington l’opportunità di crescita che segnerà la maturità editoriale soprattutto di Katharine, una personale lotta di emancipazione femminile timida e quasi estraniata come a non volersene assumere le responsabilità.

L’attenzione per l’interpretazione dei due protagonisti – tanto della pellicola quanto della campagna promozionale – Meryl Streep e Tom Hanks, è forse dettata più dall’eccitazione del vederli per la prima volta a condividere il grande schermo.

Spielberg si circonda di un cast egregio senza però sfruttarlo al massimo; il cast di supporto avrebbe potuto essere sostituito da comparse inesperte senza conseguenze evidenti: Sarah Paulson e Carrie Coon, in particolare, non aggiungono nulla alla pellicola ma anzi sono relegate a mera apparizione, in netto contrasto con l’emancipazione che si vuole a tutti i costi evincere dalla figura femminile di Kay Graham/Streep.

Si sente poco Spielberg in questo suo ultimo lavoro, forse troppo lodato dalla critica generale per essere contestato dal pubblico, ma sta di fatto che manca proprio ciò che invece ha reso Il Ponte delle Spie un lavoro superbo in confronto: lì la storia e la politica, in senso molto più ristretto rispetto a The Post, si sposavano con l’umanità romantica del suo regista e l’espressione, ancora una volta recitata da Tom Hanks, echeggia aspramente in questo lavoro successivo:

“Ogni uomo merita una difesa, ogni vita è importante”

affermava James Donovan (Hanks) a proposito del suo cliente, la spia russa Rudolf Abel (Mark Rylance – Premio Oscar al miglior attore protagonista), che nella versione originale “every person matters” (ogni persona conta) suona ancora più severamente.

Tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere sul Vietnam ci viene presentato all’inizio del film, dal prologo sui soldati americani alla sequenza in cui l’informatore Daniel Ellsberg ci legge alcuni stralci dei documenti top secret che sta fotocopiando.

Nel momento in cui la sequenza che ha il ritmo di un thriller si conclude e quando poi entriamo nella redazione del New York Times, Kay e Ben occupano la scena e la storia della Storia da qui viene trattata ma non approfondita. Quella di Ben Bradlee è la corsa alla notizia esclusiva quando il Times viene costretto con un’ingiunzione dell’allora presidente Nixon – dal già debole consenso pubblico – a tacere i restanti fascicoli fino alla sentenza della Corte Suprema che delibera in favore della libertà di stampa: il più piccolo Washington Post si ritrova tra le mani un’inchiesta quasi già pronta e, in parte, già pubblicata.

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Come la notte che cala sulla guerra nell’incipit della pellicola, qui le vite in gioco si oscurano dietro l’opportunità personale di accrescere la propria influenza. Una dichiarazione d’amore al mestiere del giornalista in senso tecnico, ma poco auspicabile eticamente.

Possiamo concordare con lo stesso Spielberg nel ritenere The Post il suo film più politico, per il ruolo che assume nella nostra attualità – tra le fake news e il movimento femminista che ha trionfato anche agli scorsi Golden Globes – ma l’eccessiva concentrazione sui rapporti editoriali ha dimenticato di far trasparire l’interesse per l’informazione nel suo senso più puro. E anche l’intrattenimento nella sua forma cinematografica viene meno laddove non viene stimolato l’interessa per l’unico racconto di cui lo spettatore conosce poco in favore di un epilogo che si può immediatamente intuire: se Katherine Graham fosse venuta meno all’opportunità che le viene servita, oggi non staremo parlando del The Washington Post come lo conosciamo e di questo film.

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Un film sicuramente da non perdere, ma non necessariamente con i tempi delle Sala.

Se dovessi valutarti in stelline, caro Steven, te ne darei sicuramente 4/5 per la regia tecnica ma complessivamente solo 3 ½ per l’insieme. Insomma, ampia la sufficienza ma manca l’eccellenza che non fa stupire per la mancata nomina alla Miglior regia dei prossimi – e ormai imminenti – Academy Awards. Tutte le nomine agli Oscar 2018 le trovate qui.

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