RECENSIONE: l’amore universale di Call Me By Your Name

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Sono le 22.30, sono appena rientrata dal cinema e ho un esame tra tre giorni. Eppure sono seduta davanti al computer a scrivere, con la voce di Sufjan Stevens nelle orecchie, perché a volte capita che vedi un film e non puoi fare a meno di buttare subito giù i tuoi pensieri, di imprimere le sensazioni e le emozioni che la visione di quella sequenza di fotogrammi ti ha dato. A volte non faccio nemmeno in tempo ad arrivare a casa e allora prendo subito appunti sulla mia agenda o sulle note del cellulare. Questo è proprio il caso di Call Me By Your Name, tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman. Mentre tornavo a casa in treno – sempre ascoltando la bellissima colonna sonora di Sufjan Stevens perché tanto ormai ho capito che starò in fissa per i prossimi 15 anni – non ho potuto fare a meno di cominciare a scrivere. Perché Call Me By Your Name è uno di quei film che quando esci dalla sala ti cammina a fianco e ti tiene per mano e sono sicura che non mi lascerà per un bel po’.

Si è scritto e parlato tanto di Call Me By Your Name in questi mesi che hanno separato la prima acclamata proiezione al Sundance Film Festival dall’uscita nelle sale italiane, e soprattutto se ne sta parlando molto in queste ultime settimane in cui il film di Luca Guadagnino sta ottenendo consensi anche nella stagione degli awards. Non mi soffermerò sulla questione dell’effettiva paternità produttiva di questo film o sul fatto che Guadagnino sia un regista troppo poco conosciuto in patria, vorrei solo parlarvi del film. Di un bellissimo film che merita tutto il successo e il riconoscimento che sta avendo. E se poi ci scappa un briciolo di orgoglio italiano non fa male.

Estate 1983. Da qualche parte nel Nord Italia. Ogni anno il professor Perlman ospita uno studente nella sua villa di campagna perché possa lavorare alla sua tesi di dottorato; quando arriva l’americano Oliver, Elio, figlio diciassettenne del professore, ne rimane tanto infastidito quanto affascinato. I due tengono inizialmente le distanze, ma inevitabilmente si attraggono. Parlare o morire? Questo è il dilemma che affligge il protagonista del romanzo epico francese che la madre di Elio gli legge e questo è il dilemma che attanaglia anche l’adolescente. Svelare i propri sentimenti o tacere e accettare di non sapere cosa sarebbe potuto succedere? Elio sceglie di parlare e l’estate del 1983 cambierà per sempre le vite dei due giovani. Oliver rappresenterà per Elio un’epifania, la nascita e il riconoscimento di un desiderio d’amore e complicità, l’educazione sentimentale oltre che sessuale.

Sarebbe riduttivo etichettare Call Me By Your Name meramente come film a tematica LGBT, come è stato fatto da certa parte della critica, perché se è vero che racconta l’amore tra due uomini, è ancora più vero che racconta il primo amore – e l’amore in generale – in maniera universale. Siamo stati, siamo e saremo tutti Elio con le sue insicurezze e la sua confusione, indipendentemente che il soggetto del nostro desiderio sia un uomo o una donna. Ci sono tanti tipi di amore e Luca Guadagnino sceglie di raccontare il primo, quello che più sorprende e più fa male, e lo fa con grande grazia e delicatezza, complice anche la sceneggiatura scritta con James Ivory e Walter Fasano.

Lo sguardo autoriale di Guadagnino trova la sua massima realizzazione nella rappresentazione dell’ambientazione tutta lombarda del film. Crema e la campagna dei dintorni diventano i custodi della storia di Oliver e Elio e creano un’atmosfera che trasmette un senso di pace interiore e di calma, in contrapposizione con l’irrequietezza di Elio. L’immobilità della città deserta, il caldo afoso, i giri in bicicletta e le feste di paese mi hanno ricordato le mie estati di qualche anno fa e la mia adolescenza, quando tutto sembrava possibile.

Ciliegina sulla torta è il cast: Armie Hammer dimostra ancora una volta di avere un grande talento (se non lo avete ancora fatto, guardate Mine) e sono davvero felice che tutti coloro che lo hanno etichettato per anni come “il classico belloccio californiano” possano essere smentiti. È un Oliver perfetto: statuario, affascinante, ma anche per certi versi spaventato da ciò che sta vivendo. Timothée Chalamet è una rivelazione: il suo Elio è vulnerabile, confuso, acuto. La chimica tra i due è pazzesca. A fare da contorno e da supporto vi sono una serie di attori che danno vita a dei personaggi secondari altrettanto reali e importanti, uno su tutti Michael Sthulbarg che interpreta il padre di Elio e che a fine film regala alcune parole così oneste che toccano lo spettatore nel profondo e anzi direi che, nonostante l’incredibile delicatezza, ti investono proprio come un tram in piena faccia.

Call Me By Your Name è un film delicato eppure potente, terribilmente reale e assolutamente universale. Ci affacciamo all’estate di Elio e Oliver e poi scopriamo che in fondo in fondo questo film parla anche di noi e parla per noi.

Indipendentemente da come andranno gli Oscar, Call Me By Your Name è un film di cui essere fieri e soprattutto di cui essere grati. Non perdetelo!

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