mindhunter

RECENSIONE Mindhunter

Netflix RANDOM RECENSIONI SERIE TV
Share

Netflix si sa, sforna buoni prodotti ad ogni battito di ciglia. Questa volta troviamo davanti ai nostri occhi Mindhunter, basata sul libro di Mark Olshaker e John E. Douglas “Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit”, disponibile anche in Italia. La prima stagione, di 10 episodi, è stata distribuita il 13 ottobre 2017 e ancor prima della sua messa in onda, Netflix aveva già rinnovato la serie per una seconda stagione.

La serie, tra l’altro, segna il ritorno di David Fincher alla regia di 3 episodi televisivi dopo i primi due di House of Cards sempre di casa Netflix. Inoltre il suo nome è nella lista dei produttori esecutivi insieme a quello di Charlize Theron, Joshua Donen e Cean Chaffin.

Lasciamo ora i dati tecnici per addentrarci in quello che è effettivamente Mindhunter.

Tutti e 10 gli episodi hanno tre elementi ricorrenti: la scena lavorativa, la scena di vita privata e quei brevi momenti iniziali ad inizio puntata, eccetto per l’ultima presente alla fine, con l’attore Sonny Valicenti il cui scopo è “ricordare” il serial killer Dennis Rader che uccise dieci persone, non prima di averle torturate, in Kansas tra il 1974 e il 1991.

La storia quindi si concentra su due agenti dell’FBI, Holden Ford interpretato da Jonathan Groff (Glee, American Spiner), personaggio ispirato a John E. Douglas e Bill Tench, ispirato a Robert Ressler, interpretato da Holt McCallany (Jack Reacher, Sully). Sia John Douglas che Robert Ressler sono stati tra primi criminal profiler statunitensi.

Il rapporto tra i due colleghi è stato ben sviluppato nell’arco della serie. Non è banale e soprattutto lo vediamo crescere per tutto l’arco narrativo. Le loro azioni, i loro pensieri e i propri metodi per affrontare un criminale si completano nonostante siano, spesso, diversi. L’alchimia creata su questi due riesce a dar vita a una coppia di colleghi/amici  in cui potremmo ritrovarci. Passando appunto da momenti quasi fraterni a momenti di forte tensione, soprattutto verso le battute finali.

Entrambi hanno in comune una relazione amorosa, giovane e fresca da parte di Ford, vecchia e abitudinaria da parte di Tench. L’occasione di una cena a quattro sarà l’occasione per mostrarci effettivamente questa differenza. Una differenza che potrebbe essere colta anche tra i due colleghi dell’FBI trovando da una parte la passione di chi ha voglia di scoprire strade nuove, per dare brio e nuova luce nella risoluzione dei casi e dall’altra l’esperienza di chi per anni ha trattato con la peggior gente.

Perno in comune dei due ragazzi è la psicologa Wendy Carr interpretata da Anna Torv (Fringe). Anch’essa basata su un personaggio esistente, la dottoressa Ann Wolbert Burgess, caposaldo nel trattamento di traumi e abusi nelle vittime. La psicologa, nella serie tv, aiuterà i due agenti dell’FBI a risolvere dei casi e principalmente riuscirà a fargli ottenere fondi per seguire la strada dello studio della mente del serial killer e quindi avere nuovi e diversi tipi di approcci verso i criminali.

Nella serie Ford e Tench si troveranno a intervistare, per così dire, tre assassini seriali già in carcere. Troviamo quindi queste tre personalità: Richard Speck interpretato da Jack Erdie, che stuprò e uccise otto studentesse d’infermieristica del South Chicago Community Hospital nel luglio 1966. Jerome Henry Brudos, intrepretato da Happy Anderson che massacrò quattro donne in Oregon tra il 1968 e il 1969; dopo gli omicidi, era solito indossare dei tacchi alti e masturbarsi (nella serie tv è presente una scena abbastanza disturbante dove Ford, per cercare di far parlare il criminale, gli regala un paio di scarpe con i tacchi. L’intuizione di Ford funziona e infatti Anderson parla e successivamente a questo prende una scarpa, si siede su un’altra panchina e inizia a masturbarsi su di esso). Infine Edmund Kemper interpretato da Cameron Britton. Quest’ultimo in particolare è quello che ha catturato maggiormente la mia attenzione. L’attore è particolarmente somigliante alla sua controparte reale e la sua interpretazione ha quasi diversi stati d’animo che cercano di prevaricale l’uno sull’altro. Così quando entra in scena ne siamo affascinati ma anche terribilmente terrorizzati, vogliamo saperne di più ma nel momento esatto che stiamo scoprendo qualcosa sentiamo la necessità che si fermi.

Passando al lato tecnico è impossibile non menzionare la fotografia come primo elemento.

Creata ad hoc da Rik Messerschmidt e Christopher Probst, ritroviamo una presenza di toni freddi e plumbei per le scene che si svolgono in carcere o nei luoghi degli interrogatori in alternanza a colori più caldi ma pur sempre freddi, dedicate ai luoghi extra lavorativi. Un uso incredibile dei contrasti sui volti quindi anche un uso ineccepibile del chiaro/scuro.

Come secondo elemento troviamo i dialoghi che risultano perfetti per ogni contesto, soprattutto durante le scene degli interrogatori. A volte ti fanno immergere così tanto nel momento che quasi ci si dimentica di essere solamente spettatori e per questo dobbiamo dire grazie anche agli attori che sono stati grandiosi.

La musica e gli effetti sonori sono molto caratterizzanti. Mentre nella prima categoria ritroviamo canzoni tipiche degli anni 70 usate ancor di più per far immergere gli spettatori in quegli anni così lontani, nel sonoro si può trovare un uso quasi maniacale degli effetti. E’ pensato e costruito per creare tensione e a volte della tristezza. Riescono a farti sprofondare in quello che stai vedendo come una seconda pelle e quando “suona” un elemento fuori dal contesto come un telefono o un clacson si è riportati all’attenzione, alla realtà.

Ci dà quasi fastidio.

La sceneggiatura, a mio avviso, è scritta bene e soprattutto in maniera forte. Anche se a volte è molto lenta ma nel quadro generale è effettivamente coerente.

Mindhunter in sostanza è quella serie che non ti aspetti perché le tematiche che va a trattare sono estremamente delicate e forti allo stesso tempo. Si inizia un viaggio alla ricerca delle origini della follia umana per cercare di dare delle risposte sensate dove lo sgomento e la paura fanno da padroni. Ci si addentra talmente tanto nelle menti di questi psicopatici che nella scena della scuola dove Ford sta spiegando a dei bambini che potenzialmente siamo tutti serial killer ci assale un moto di angoscia e terrore. Tutti loro erano lucidi e ben pronti a dare le loro motivazioni, per loro giuste.

Anche in questo caso risulta quasi facile schierarsi dalla parte del non convenzionale. Si è schifati da qualcuno che fa sesso orale con delle teste di cadavere ma nello stesso momento si cerca all’interno di sé un barlume di comprensione, ascoltando la storia dell’assassino e cosa lo ha portato a fare ciò.

Per quanto mi riguarda avrei preferito che per ogni stagione, dato che a detta di Fincher saranno circa 5, si approfondisse la storia di un solo serial killer nei minimi particolari. Partendo appunto dall’interrogatorio e ricostruendo tutta la vicenda con dei flashback lasciando entrare maggiori dettagli nelle storie.

Ma a parte ciò la serie funziona molto bene e ci ha abbracciato come ha fatto il “buon” Kemper con l’agente Ford nell’ultimo episodio.

Non ci resta che aspettare la seconda stagione che vedrà luce, probabilmente, alle soglie del 2019.

Un saluto a Mindhunter Italia, pagina che vi terrà informata costantemente sulla serie tv!