Recensione Lucifer 3×04

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Che Lucifer fosse diventato un prodotto più che maturo lo si era capito già. Ma proprio quando la nostra memoria fa faville e dimentica questa cosa ecco che questo tipo di episodio ci scende addosso come un temporale improvviso.

In effetti nulla lasciava presagire, inizialmente, l’importanza che questo episodio ha per un paio di motivi che spiegherò dopo. All’inizio, appunto, troviamo Lucifer intento a farci capire cosa sia la lussuria, lui che ne è il capo. Situazione che gli procurerà poi un favore bello e buono da parte di un giudice utile per risolvere il caso del giorno. Infatti subito dopo ci troviamo catapultati nella scena del crimine dove una ragazza in un centro di recupero per (ex) criminali è stata uccisa. La cosa non sfugge al signor Morningstar che asserisce più volte come una persona in realtà non possa cambiare, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Quello che risulterà essere l’assassino, dopo un paio di buchi nell’acqua, sarà proprio il gestore di questo campo di recupero che già dal principio non aveva fatto una buona impressione su Lucifer.

Ma veniamo a ciò che mi ha colpito di questo episodio e che secondo me è importante ai fini dello sviluppo della trama.

Questa serie tv ci ha insegnato sin da subito a non focalizzarci sul solito caso da risolvere, messo lì per la maggior parte del tempo ma appunto come riempi buco. Quello che è veramente importante di Lucifer avviene al di fuori di esso.
Qui Amenadiel è sempre più in crisi d’identità, smarrito e alla ricerca di uno scopo nella vita. E proprio in questa ricerca che, a mio avviso, raggiunge il fondo. Nella suo mettersi nei panni di Lucifer finisce per andare con una prostituta a sua insaputa e l’aiuto che riceverà dal “detective douche” lo porterà a capire che forse suo padre vuole che stia lì dietro a Lucifer per coprirgli le spalle. Lucifer infatti sta cambiando e si sta evolvendo in quello che è un essere umano. Impazzisce letteralmente quando viene a sapere che l’assassino ha cercato di uccidere Chloe e lui non era lì pronto a difenderlo. C’era il boss Pierce, Tom Welling, a prendersi una pallottola al posto di Chloe ma non lui.
Questo lo porterà quasi ad uccidere l’assassino ma sul più bello (o brutto, dipende dai punti di vista) ecco che arriva suo fratello che riesce a calmarlo. Nella scena finale li ritroviamo entrambi nell’appartamento di Lucifer. Amenadiel gli spiega qual è il suo scopo, o meglio, quello che crede sia il suo scopo e per tutta risposta il caro fratellino lo paragona ad un’anima torturata da lui quando era il signore degli inferi. Un’anima che disprezzava così tanto se stessa che gli bastava quel minimo di attenzione da parte di Lucifero, nonostante le torture. “… Ma sappi che io sono qui per te”, questa è la risposta di Amenadiel. Legato indissolubilmente fino alla fine a suo fratello, nonostante i litigi e nonostante le diversità.

L’episodio infatti si conclude con Lucifer che si guarda ad uno specchio rotto e a mio avviso capisce che effettivamente il fratello ha ragione. Non è più quello di una volta e deve prenderne atto.

Se da una parte ho trovato queste scene molto belle e intense, non ho amato particolarmente il ridicolizzare ulteriormente Dan Espinoza. Sappiamo del suo passato e sappiamo anche della sua redenzione. Abbiamo visto come in realtà sia un detective valido che però ha dei momenti di défaillance. Chloe Decker in questa puntata viene fatta passare come il super-mega detective, al punto che anche Pierce lo ammette “sei il miglior detective che ho”. Ecco perché non accetta la sua candidatura a rappresentante del sindacato “perché è un posto per falliti”. Promozione, se di promozione si può parlare, che darà appunto ad Espinoza. Mi crea del tedio questa cosa.

Come si evolveranno le cose? Lucifer accetterà finalmente le sue ali? Lo vedremo presto!

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