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#MovieAdvice 08: Dunkirk

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Dopo mesi di attesa interminabile è finalmente arrivato in sala anche in Italia Dunkirk, l’ultima fatica di Christopher Nolan. Per la prima volta il cineasta si è cimentato con una storia vera e non ha deluso le aspettative, ma anzi ha dato vita a un film che di certo resterà nella storia del cinema. Dunkirk racconta della cosiddetta Operazione Dynamo con cui, nel maggio del 1940, il governo britannico portò in salvo oltre 300˙000 soldati assediati sulla costa francese dai nazisti. Un’operazione disperata, quasi senza speranza, andata a buon fine grazie all’intervento della popolazione civile britannica che mise a disposizione le proprie barche per andare a recuperare i soldati assiepati da giorni a Dunkerque.

Dopo tutti questi mesi posso dire che l’attesa è valsa la pena perché Dunkirk mi è piaciuto davvero molto. Sarà che la storia della Seconda Guerra Mondiale mi è sempre interessata molto e che la ritirata da Dunkerque mi emoziona sin dai tempi di Espiazione e di quel bellissimo piano sequenza che ci portava dritti dritti nell’attesa disperata; sarà che il cast è composto praticamente quasi per intero da attori che amo e già da solo vale il prezzo del biglietto; o sarà forse più semplicemente per il fatto che Nolan ha confezionato un film storicamente accurato, ma anche emozionante ed elegante e completamente immersivo.

Dunkirk

Nolan ci trascina tra le vaste distese di terra e di mare del nord della Francia seguendo i volti spigolosi e gli sguardi stremati dei soldati, in una ricerca senza sosta della salvezza e in un’attesa snervante che sembra senza fine. Dunkirk non è un film di guerra, ma è un film di sopravvivenza e di esseri umani con le loro paure, i traumi e la diffidenza, ma anche la speranza e la fratellanza. Il nemico nazista non si vede mai, ma è una presenza costante e minacciosa sulla terra, nel mare e nel cielo, i tre luoghi in cui si sviluppa il film e che riflettono le tre linee temporali in cui si muovono i protagonisti. Una settimana al molo tra i soldati che aspettano di essere evacuati, una giornata in mare a bordo della Moonstone di Mr. Dawson e un’ora in aria a bordo di due Spitfire.

Il grande merito di Dunkirk più ancora che dalla narrazione arriva dalla tecnica. Alla fotografia fredda come il vento del nord di Hoyte Van Hoytema e alle inquadrature vaste e profonde si uniscono la martellante colonna sonora di Hans Zimmer e un montaggio sonoro da brividi che rendono l’esperienza del film totalizzante. Per tutti i 106 minuti del film (a mio parere, troppo pochi) siamo noi spettatori ad attendere un passaggio verso la madrepatria, ad andare in soccorso ai soldati ammassati sulla spiaggia, a sorvolare il mare a bordo di uno Spitfire. Le quasi due ore del film volano via al ritmo della nostra tachicardia e ci regalano un gioco a incastri tra le tre linee temporali che non è complicato come ciò a cui Nolan ci ha abituati in passato, ma ci lascia comunque il piacere di scoprire pezzo dopo pezzo come le storie dei personaggi si intreccino. Con il rumore delle bombe nelle orecchie, il cuore in gola e la sensazione di claustrofobia dell’acqua che si chiude su migliaia di corpi, quasi abbassiamo anche noi la testa o scrutiamo il mare alla ricerca di una nave amica e quindi di una flebile speranza di tornare a casa.

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La ritirata da Dunkerque, terribile disfatta militare ma anche simbolo della speranza di ribaltare le sorti della guerra, ha posto un sigillo sulla storia del mondo come lo conosciamo e Nolan ne dà un ritratto che non eccede in patriottismo retorico o autocelebrazione (se non forse nel finale del personaggio di Tom Hardy). Con i suoi dialoghi scarni ed essenziali Dunkirk è un ritratto accurato e senza fronzoli di quei giorni infiniti in cui l’immedesimazione e il senso di ansia sono dati più dalla tecnica che dalla narrazione canonica in sé. I personaggi, infatti, sono molti ma nessuno è realmente protagonista e non ne conosciamo la storia. Questa è però una scelta vincente poiché quella di Dunkirk è una storia di molti e non di pochi. I personaggi di Dunkirk si assurgono a rappresentanti di tutte quelle migliaia di soldati e di civili che hanno avuto un ruolo nell’evacuazione: una galleria di volti che raccontano la loro storia senza farlo esplicitamente. Pur non essendo approfonditamente definiti, i personaggi di Nolan lasciano un segno profondo, merito anche di un cast che definire d’eccezione è riduttivo. Il giovane Fionn Whitehead è una scoperta; Aneurin Barnard, recitando praticamente solo con gli occhi, conferma ancora una volta il suo talento; anche Harry Styles, a dispetto di tutti i pregiudizi a cui è andato incontro, se la cava molto bene. A loro si aggiungono alcuni mostri sacri della recitazione britannica come Kenneth Branagh e Mark Rylance. Rylance e il suo Mr. Dawson ci regalano un personaggio commovente nel suo senso del dovere. Gli occhi lucidi del Colonnello Bolton di Branagh quando vede arrivare all’orizzonte la flotta di imbarcazioni civili segnano forse il punto più alto del film: la speranza e il sollievo, la fede e la determinazione. La Patria. A completare il cast anche Jack Lowden, Tom Hardy e Cillian Murphy, il cui personaggio avrebbe meritato forse un minutaggio maggiore.

Erano vent’anni che Christopher Nolan aveva intenzione di portare al cinema un film sulla ritirata di Dunkerque e lo ha fatto egregiamente dimostrando come sempre maturità, estrema padronanza del mezzo cinematografico e cura stilistica. Dunkirk è destinato a restare nella storia del cinema e sicuramente a sbancare nella prossima stagione dei premi. Quasi due ore di tensione, di angoscia e di claustrofobia che esplodono poi nel sollievo della salvezza, della sopravvivenza. “E ti sembra poco?”

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