The OA

RECENSIONE The OA

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Con il rilascio di The OA dello scorso 16 Dicembre 2016, Netflix è stata coraggiosa. E questo coraggio è stato premiato. Il risultato è, infatti, uno dei prodotti più originali nel panorama televisivo, come non se ne vedevano da tempo.

Durante la visione non sarete mai sicuri di comprendere davvero quello che sta succedendo. Gli ideatori della serie – Brit Marling e Zat Batmanglij – hanno dichiarato che si tratta di un effetto di ambiguità voluto: The OA è prima di tutto un’esperienza soggettiva. Sono i singoli spettatori a dare un valore al racconto e ad attribuirgli il significato che ritengono più giusto.
Non è neppure rintracciabile un genere ben preciso: fantasy, dramma, thriller, fantascienza, horror, romantico sono tutte categorie che prese singolarmente non basterebbero a descrivere quello che questo piccolo gioiello offre.
Se proprio volessimo trovare qualche somiglianza con alcuni film, potremmo fare riferimento al celebre Donnie Darko, ma anche ai consigliatissimi I OriginsAnother Earth (nei quali, peraltro, è presente la stessa Marling).
In sostanza, a prescindere dal fatto che vi piaccia o meno, questa serie – per la quale, a furor di popolo, è già stata ufficialmente annunciata una seconda stagione – ha cambiato le carte in tavola: a partire dalla trama fino ad arrivare alla durata (disomogenea) degli 8 episodi che la compongono, nulla è convenzionale. E questo è chiaro fin dai titoli di testa del primo episodio, che giungono, paradossalmente, quasi alla fine dello stesso.

La storia è ambientata a Crestwood, Michigan. Prairie Johnson (Brit Marling), una ragazza scomparsa da bambina, fa ritorno dopo 7 anni. Prima della sparizione era cieca, mentre adesso è tornata miracolosamente a vedere.
I suoi genitori adottivi Abel (Scott Wilson) e Nancy (Alice Krige) Johnson, l’F.B.I. e tutta la cittadina si chiedono cosa le sia accaduto, ma lei non vuole dire nulla. Almeno fino a quando non conosce cinque amici, ai quali rivela poco a poco la sua storia: Elizabeth (Phyllis Smith), Steve (Patrick Jibson), Jesse (Brendan Meyer), Alfonso (Brandon Perea) e Buck (Ian Alexander).
Da una premessa banale, si giunge a sviluppi molto complessi.
La ragazza – e qui abbiamo un lungo flashback che si riaprirà continuamente durante tutti gli episodi – racconta ai suoi interlocutori delle premonizioni che ha avuto sin dalla sua infanzia trascorsa in Russia, delle esperienze pre-morte vissute (durante le quali ha sia perso che riacquistato la vista) e di come, durante la ricerca del perduto padre naturale, sia finita prigioniera per anni di un misterioso scienziato (Jason Isaacs), interessato a soggetti con esperienze come la sua.
Durante la prigionia ha conosciuto un gruppo di persone – Homer (Emory Cohen), Scott (Will Brill), Rachel (Sharon Van Etten), Renata (Paz Vega) – con le quali ha stretto un legame speciale (in particolare con Homer, del quale si è innamorata). Adesso, con l’aiuto dei suoi nuovi amici, intende liberarle.
Tutto si basa sul racconto di Prairie, al quale possiamo credere o meno: a seconda della nostra interpretazione cambia il senso di tutta la trama.
Stando a quanto ci dice, la ragazza ha vissuto una serie di esperienze pre-morte durante le quali è riuscita ad entrare in contatto con altri mondi. Stupende le sequenze di tali visioni, pervase da un’atmosfera onirica nella quale niente sembra avere un senso. Unica presenza costante delle stesse è Khatun (Hiam Abbass), una sorta di strega che ha trasformato Prairie nel Primo Angelo (da qui il nome in lingua originale della serie: Original Angel).
Durante tali esperienze, la narratrice ed i compagni di prigionia della sua storia (che, come lei, si sono trovati in questa sorta di limbo) hanno acquisito la conoscenza di cinque “movimenti” che permettono di viaggiare da un mondo all’altro: è proprio questo il sistema che la protagonista vuole utilizzare per effettuare il salvataggio degli stessi.
Da tutto ciò deduciamo che non esiste un solo universo, ma tante dimensioni costituenti mondi autonomi. Tramite le esperienze pre-morte vi si può accedere.
Oppure potrebbe trattarsi dell’aldilà. Quello che ci è stato descritto dimostra che esiste e che i suoi angeli sono in grado di guarire le persone e realizzarne i desideri (la stessa protagonista è stata guarita dalla cecità). Non sarebbe tanto male.
O, molto più semplicemente, Prairie soffre di disturbi mentali e quello che ha raccontato è frutto della sua immaginazione.
Nel corso degli episodi non avremo mai indizi certi su quale sia la verità, ma sta proprio qui il fascino di The OA: dobbiamo “credere nell’ignoto“, come recita la locandina della serie.

L’unione fra la regia di Zat Batmanglij e le doti attoriali di Brit Marling (che già abbiamo avuto per l’ottimo The East) ha funzionato decisamente.
Da un lato, nel corso di ciascun episodio, l’intreccio narrativo creato dal regista si sviluppa con un ritmo lento, finalizzato a creare un’atmosfera di mistero: poco alla volta ci vengono offerti flashback, informazioni, retroscena sui personaggi. Dall’altro l’attrice è perfetta per la parte che interpreta, avendo una mimica facciale ed un modo di fare molto dolci, che ricordano, appunto, un angelo.
Anche ambientazioni e fotografia contribuiscono molto a creare un senso di suspance: sembra di trovarsi fuori dalla realtà.
La cittadina di Crestwood è immersa in una perenne quiete, le sue strade sono spesso libere e ci sono più alberi che abitazioni. In una di queste case, di notte e con solo la luce di qualche candela a illuminare, Prairie racconta le sue storie ed evoca la lontana e gelida Russia, una cella di vetro in un oscuro seminterrato, enigmatici mondi visti solo in sogno. Tutto è isolato, tutto è distante.
Menzione particolare merita l’affascinante personaggio del dottore “Hap“, interpretato da uno strepitoso Jason Isaacs. Ciecamente convinto dell’importanza del suo studio per il progresso dell’umanità, arriverebbe anche a commettere i crimini più efferati pur di acquisire maggiore conoscenza riguardo al tema della vita dopo la morte. Il suo laboratorio segreto è così ben organizzato, che siamo portati a immaginare che, probabilmente, il governo lo finanzi.
Lo scienziato è il simbolo dell’eterno scontro fra scienza e morale: ciò si riflette nell’atteggiamento ambiguo che assume nei confronti delle sue cavie umane, che va oscillando continuamente fra l’inquietante e l’amichevole.

In generale, nonostante il tono drammatico delle vicende, possiamo dire che il leitmotiv della storia è l’amore.
I cinque amici che aiutano Prairie a Crestwood, nel farlo, superano le situazioni di profondo isolamento e dolore che li rendevano – proprio come era stato per lei – prigionieri.
Durante la prigionia della ragazza, ciò che le ha dato la forza di andare avanti è stato il profondo legame che ha stretto con i suoi compagni di sventura. E dopo averne perso le tracce è disposta persino ad andare in altri mondi pur di ritrovarli (e in particolare, per rivedere Homer).
Lo stesso viaggio in altri mondi è possibile solo tramite una sorta di danza eseguita da persone in perfetta armonia fra loro: questo vuol dire che, in fondo, nell’universo tutto funziona grazie all’amore, all’empatia, all’apertura verso il prossimo.
Quanto detto, vale anche se non crediamo alla storia di Prairie; qualunque sia la nostra opinione al riguardo, infatti, il dato certo è che le vite dei protagonisti sono cambiate grazie al contatto con gli altri.
The OA, in definitiva, è l’esempio lampante di come Netflix abbia deciso di prestare attenzione non solo ai fenomeni commerciali di massa, ma anche al panorama dell’ intrattenimento indipendente d’autore. E’auspicabile che prosegua su questa strada: prodotti sperimentali, coinvolgenti e di qualità.
La serie è pensata per un pubblico che non vuole solo stare passivamente davanti allo schermo, ma anche essere coinvolto dal punto di vista della trama ed emozionale.
L’originalità è il suo cavallo di battaglia ed è sicuramente in grado di conquistarsi un posto nei vostri cuori.

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