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RECENSIONE L’isola dei cani: la nuova avventura di Wes Anderson

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A quattro anni da Grand Budapest Hotel, Wes Anderson torna dietro la macchina da presa con L’isola dei cani

 

Non ci sono mezze misure quando si parla di Wes Anderson e dei suoi film. Difficilmente qualcuno vi dirà che un film di Wes Anderson lo ha lasciato indifferente. Si può accusare (o celebrare) il regista texano per milioni di motivi, ma di certo nessuno dei suoi film può lasciare indifferenti. O lo si ama o lo si detesta.

Io ovviamente faccio parte di quella schiera di persone che amano alla follia tanto il suo stile narrativo quanto quello visivo. Le geometrie della messa in quadro, i colori pastello, le storie agrodolci, i personaggi strambi e un po’ disadattati sembrano usciti da una fiaba che scalda il cuore, ma che è anche in grado di graffiare.

A quattro anni dallo strepitoso Grand Budapest Hotel, Wes Anderson torna al cinema e lo fa con il film che più di tutti mette le radici in un universo favolistico fatto di animali parlanti e più in grande di eroi, aiutanti, antagonisti e prove da superare: L’isola dei cani.

Il senso dell’umorismo di Wes Anderson

Nove anni dopo la prima incursione nel mondo dell’animazione con l’ottimo Fantastic Mr. Fox, Anderson ci ritorna e sceglie di farlo con un film dal sapore distopico. L’isola dei cani è ambientato in Giappone, in un ipotetico futuro in cui i cani sono affetti da una misteriosa “influenza canina” e per questo mandati in quarantena in un isola di rifiuti.

Si sa, “il cane è il migliore amico dell’uomo” e di sicuro questo detto è particolarmente vero per Atari Kobayashi, nipote orfano del sindaco dell’immaginaria città di Megasaki, fautore della deportazione di tutti i cani. Atari ha perso i genitori e ha trovato nel cagnolino Spots un amico fedele, nonché una vera e propria guardia del corpo.

Quando Spots sarà deportato sull’isola, Atari non tarderà a mettersi alla sua ricerca sfidando tutto e tutti e trovando improbabili alleati: dalla combattiva studentessa americana Tracy Walker, fino allo sgangherato gruppo di randagi e non capitanati dallo scontroso, ma in fondo tenero, Chief.

Tra favola e riflessione

Anche in L’isola dei cani ritroviamo la contrapposizione tipica del cinema di Anderson tra il mondo moderno e lo sguardo verso il passato, fatto in questo caso di tradizioni e rituali. I movimenti di macchina lineari, le inquadrature ampie e dettagliate, confluiscono ancora una volta in quell’armonia geometrica che tanto mi piace. E che in questo caso si coniuga particolarmente bene con l’estetica giapponese. La compostezza degli ambienti e delle apparenze si coniuga, come sempre, con la forza delle azioni e delle emozioni.

Vi stupirà ed emozionerà l’espressività dei cani che più che animali animati in stop motion sembrano persone in carne ed ossa. La dolcezza di uno sguardo o la tenerezza di un abbraccio travalicano la tecnica e sono in grado di commuovere. 

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L’isola dei cani commuove, ma strappa anche molti sorrisi sempre lasciando dietro di sé una scia di riflessione.C’è spazio per la politica, per il potere, per i rapporti famigliari. E il lato positivo è che, come tipico di Anderson, lo fa in maniera leggera e ironica ma non per questo meno incisiva.

L’isola dei cani è un’avventura, ricca di sottotesti, ma pur sempre un’avventura.

In Italia, L’isola dei cani è uscito il 1 maggio, che è anche il compleanno di Wes Anderson. Se ancora non lo avete fatto, siete in tempo per recuperarlo e farci sapere cosa ne pensate!

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Annagiulia Zoccarato

25 anni, (quasi) torinese, erasmus nostalgica e anglofila da quando ha memoria. Ama leggere e ha sempre un libro nella borsa, anche se questo ha spesso la stazza de I Miserabili. Non sa resistere a film e serie tv e considera divano, laptop e coperta la combo perfetta. Ha un debole per i supereroi Marvel e non se ne vergogna. Ha visto Cillian Murphy recitare a teatro ed è sopravvissuta per raccontarlo. Dite che fa curriculum?