#MovieAdvice11: Bronson – un capolavoro dal passato

CINEMA Movie Advice RECENSIONI
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Avete presente quando conoscete qualcuno da tempo e un bel giorno se ne esce con qualcosa di totalmente nuovo? Tipo “Non ti ho mai detto che frequento un corso di pittura rupestre. Ci vediamo in una grotta fuori città e disegniamo sulle mura con le mani, come uomini preistorici.”

E tu sei tutto entusiasta, perché quella persona era già cool, per dirla con gli inglesi, ma questa cosa è proprio una bomba e inizi ad amare lei e ancor di più i suoi interessi.

E’ proprio questo che succede quando si guarda Bronson!

L’altro giorno ho recuperato Bronson di Nicolas Winding Refn, con Tom Hardy nella parte di Charles Bronson ovvero “il prigioniero più pericoloso d’Inghilterra”. Ed è come se Hardy, che avevo amato nella parte di Bane, in quella del compagno d’avventure di Di Caprio in Revenant e in molte altre pellicole, mi avesse preso la testa tra le mani e mi avesse sussurrato “Sembra che fino ad adesso non avessi visto nulla di mio, vero?

Ispirato alla vera storia del “prigioniero più pericoloso del Regno Unito” (in carcere dal ’74 e per trent’anni in completo isolamento), Bronson si inserisce a pieno titolo nel filone britannico del biopic atipico, costruito per frammenti pesantemente romanzati e incentrato su una figura complessa (e complessata) ai limiti del surreale.

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Tom Hardy offre con Bronson una performance sorprendente, fondata su una capacità di mimesi interpretativa che nulla ha da invidiare a quella del connazionale premio Oscar Christian Bale. Ingrassato, rasato, nascosto dietro gli stravaganti baffi e i tic psicotici di Bronson (con cui l’attore inglese ha lavorato a stretto contatto), Hardy si trasfigura totalmente, assumendo la natura animalesca, l’istrionismo e la profonda solitudine del suo personaggio come fossero le proprietà basilari della sua persona.

Hardy diventa Bronson nell’aspetto, nella follia ragionata, nelle risse con i poliziotti. È un film senza trama fondamentalmente, perché lo schema è “Bronson viene spostato di prigione, fa il cattivo anche lì e lo spostano nuovamente”, ma fra la recitazione del buon Tom e la regia danzante di Refn il ritmo è forsennato.

Nella pratica è quasi un film muto, ma il sonoro c’è e viene fuori a forti colpi, grazie a un Hardy che non si risparmia e anzi osa.

Una caratteristica puramente narrativa che ho notato è l’accenno a come Bronson sia diventato “cattivo“: una madre che non lo punisce, ma che chiude gli occhi davanti a una situazione chiaramente fuori controllo. È Bronson/Hardy a raccontarci la storia e lui non si accorge di ciò. Questa riflessione viene lasciata solo agli spettatori ed è bellissimo rendersene conto, perché oggi ci sono tante madri così, là fuori.

Probabilmente Refn non immaginava neppure lontanamente all’epoca di poter dipingere con tanta accuratezza uno scenario tristemente attuale per noi, ma ci è riuscito.

Oggi si parla tanto di bullismo e di situazioni familiari al limite in cui tanti ragazzi crescono, senza ricevere l’educazione e la civiltà di cui hanno bisogno, diventando bulli di prima categoria, ma questa pellicola ci ricorda che il bullo nasce anche in un contesto diametralmente opposto: quello in cui la famiglia è perfetta e fa crescere il figlio in una campana di vetro, giustificandolo e coprendolo, fino a che quella campana non si rompe e lascia uscire il mostro che vi è cresciuto dentro.

Un capolavoro, senza se e senza ma.

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